Donna Tartt, “The Goldfinch”

Anything we manage to save from history is a miracle.

The Goldfinch, ultimo lavoro di Donna Tartt, è uno di quei libri che lasciano sperare che la grande narrativa sia ancora viva e in gran forma.

L’imponente romanzo si apre mettendoci subito di fronte al narratore e protagonista, Theo Decker, rintanato in un hotel di Amsterdam. Anche se si è in pieno clima natalizio, tra festeggiamenti e luci sfavillanti, la storia è incorniciata dal dolore.
E per comprendere questa straziante sofferenza, la timeline si sposta indietro di quattordici anni, quando il ragazzo era appena adolescente e la madre morì durante un attacco terroristico al Metropolitan Museum di New York, mentre stava visitando una mostra proprio con il figlio, che in qualche modo riesce a trovare la via d’uscita dal museo.
Qualcosa succede, però: prima di uscire, Theo raccoglie tra i detriti e porta via con sé il dipinto de Il Cardellino di Carel Fabritius, pittore allievo di Rembrandt.

Da subito si è immersi in medias res, nel rammentare vivido e avvincente, ma anche accorato, di Theo di quel giorno e di come da quel momento la sua vita sia cambiata.

Anche il romanzo cambia marcia, quasi la scrittura stessa dovesse ammortizzare il trauma di quell’evento, del mutamento della vita di Theo, sia emotiva che fisica.
Morta sua madre, assente il padre, il ragazzo vive in un primo momento con i Barbour, la famiglia di un compagno di scuola. Non voluto dai nonni paterni, lontani e sconosciuti, Theo lentamente cerca di ricomporre la sua vita con la provvisoria famiglia adottiva, [highlight for minor spoiler] *fino a quando suo padre ricompare, insieme alla fidanzata Xandra, e lo porta a vivere con sé a Las Vegas*.
Molti altri cambiamenti e drammatici colpi di scena colpiranno la vita di Theo, tra il ricordo della madre, un vasto cast di personaggi, l’amore e l’angoscia verso il dipinto, l’amicizia con Boris, l’incostante presenza di Pippa, ragazzina che aveva visto al museo quel giorno fatidico e l’unica persona che Theo sente in grado di capire il suo cuore.

Col passare degli anni, l’attaccamento di Theo al dipinto (sia perché esemplificativo della bellezza, ma anche in quanto ultimo collegamento fisico con la madre), e il suo senso di colpa per l’inconfessabile furto, cresce e si intreccia con tutto l’aggroviglio interiore che tormenta il protagonista.

Il romanzo non è soltanto azione e suspense. È una storia di tradimento, sospetto, doppio gioco che si attua sia a livello di avvenimenti che di moti interiori. Anzi, alcuni dei più memorabili momenti si verificano nel silenzio interiore.
Così come il tema della perdita non è l’unico a sorreggere il romanzo. L’autrice sembra voler presentare lo sviluppo di Theo, tra eccessi, alcol, droga, auto distruzione e fallimenti, non come qualcuno che viene disancorato dal suo personaggio, dal proprio io, a causa della morte della madre, bensì come un ragazzo i cui difetti, in nuce, diventano più profondamente inscritti in lui come conseguenza di quella stessa perdita.

Tra richiami, di contenuto o stilistici, a Dickens, Dostoevskij e Proust, coincidenze nidificate, abile opera di cesellatura dei dettagli, esterni e interiori, la Tartt ha creato una voce narrante che è allo stesso tempo presente e retroattiva, piena di ansie adolescenziali del ragazzo che fu ma anche della disperazione dell’uomo che è diventato, nonché è riuscita a regalarci un tesoro raro, ossia un lungo romanzo che non si sente mai a lungo, un libro che trabocca di avvenimenti ma è soprattutto una storia interiore, ove il dolore, la mancanza – e soprattutto la mancanza d’amore, sono la linea rossa a base del tutto, ma l’arguzia e l’intelligenza di Theo lo rendono altrettanto accattivante e fluido.
E il tenore di fondo, simile a un grande romanzo vittoriano, si riflette non solo nella sua trama, ma anche nella vasta collezione di personaggi indimenticabili.

La Tartt ha usato la tela del romanzo sfruttando al massimo le sue potenzialità, ha creato una storia avvincente, non senza tralasciare intenti morali ed estetici.
Libero arbitrio e destino, moralità pragmatica e valori assoluti, vita autentica e dovere – tematiche che prendono vita attraverso Theo, ma anche attraverso il dipinto de Il Cardellino, che è vero simbolo del romanzo e della vita, di Theo e universale.

Le ultime pagine raccolgono tutti questi intenti filosofici, lasciandoci riflessioni straordinarie sul senso, o, meglio, il non senso della vita, ma anche sulla necessità di immergersi nell’esistenza stessa, così come il cardellino, benché eternamente legato ad una catena, dà l’idea di voler continuare a cantare.
Ancor più, di fronte alla morte e al dolore, viene esaltato il ruolo di ciò che si salva dall’effimero destino individuale, ovvero l’arte, nella sua millenaria funzione salvifica ed eternizzante, e forse il raccontare stesso, quasi a voler ridare valore e splendore all’importanza della parola, della trasmissione e sopravvivenza delle storie.
Se non possiamo salvare noi stessi come individui, ci è data la possibilità di salvare e trasmettere un simbolo, una memoria, di preservare quanto c’è di più prezioso per l’umanità – probabilmente solo questo permetterà di salvarci dal dolore e dalla perdita.

My rating: 4.5-5/5

Donna Tartt
The Goldfinch
Ed. Little, Brown and Company

Carel Fabritius, Il cardellino (1654)
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