Julie Otsuka, “Venivamo tutte per mare”

Venivamo tutte per mare, breve romanzo di Julie Otsuka, è un piccolo gioiello, sia per lo stile, che per i contenuti, ma anche per il tema narrato, che personalmente conosco molto poco.

La voce narrante, un io corale, racconta delle donne giapponesi che arrivarono in California all’indomani della prima guerra mondiale, la maggior parte delle quali giovani e ingenue, per sposare, a scatola chiusa, un uomo americano e iniziare una nuova vita.

Il primo capitolo si apre proprio sulla nave che le sta portando verso gli Stati Uniti, una traversata di speranza, lungo la quale le donne stringono la foto dei bei ragazzi che credono essere destinate a maritare e vagheggiano come sarà bella e piena la vita una volta arrivate a destinazione.
La realtà, tuttavia, interviene presto a infrangere questo flebile miraggio, allorché appena sbarcate si trovano davanti una folla di uomini in maglia e cappotti neri malandati, in attesa sul molo. Uomini che nemmeno riconoscono, rendendosi conto che in mano hanno fotografie che li ritraggono almeno vent’anni prima.

Da qui, ogni sezione permette di vedere la varietà e la somiglianza dei tentativi di queste donne di districarsi nel labirinto della vita degli immigrati, facendo man mano un ulteriore passo avanti – dalla nave alla fattoria, al negozio o alle stanze della servitù, alla cieca obbedienza ai mariti e datori di lavoro che giorno dopo giorno fa sfumare l’illusione di aver trovato quel sogno sospirato, la pace, il rispetto e il benessere, alla dolorosa nostalgia di casa, a cui mai potranno tornare , anche perché diventerebbero l’onta dello loro famiglie di origine.

Ogni breve capitolo è sempre più straziante, mettendo in luce l’infrangersi della speranza ma al contempo la forza e strenua ricerca di un equilibrio in un mondo completamente alieno, diverso, in cui stentano ad integrarsi.
Benché ogni donna viva la propria esperienza, la voce unica narrante si sofferma poco sulle descrizioni delle singole donne, ma quelle poche pennellate con parole incisive e poetiche rendono immagini di grande effetto.
Così è la prima notte delle donne con i novelli mariti, il duro lavoro nei campi che devono sopportare, le umiliazioni e il razzismo, il matrimonio, il parto e i figli, i quali si trovano a crescere a proprio agio più sul suolo americano che con le proprie madri – un beffardo e crudele destino, che vede queste donne terribilmente sole, rifiutate dalla società americana come dai loro stessi figli.

Poi arriva la seconda guerra mondiale e Pearl Harbor, l’ordine di internare i giapponesi perché sospetti di tradimento, ritenuti pericolosi. Intere comunità sono sradicate, costrette ad abbandonare le loro case e
i mezzi di sussistenza.
È a questo punto che l’autrice rivela i nomi di alcune donne. Questa improvvisa individuazione è estremamente toccante, sembra l’autrice voglia riportare alla luce fatti lasciati troppo a lungo a tacere, dare una voce che si possa ricordare a quelle donne che in cerca di felicità hanno trovato invece una vita terribile, difficile, disperata.

Lo stile della Otsuka è emozionante, a metà tra poesia e racconto, con le sue brevi frasi, descrizioni sporadiche, le scene che evaporano talora in un silenzio reticente; uno stile in apparenza moderato, ma tale da far echeggiare ancora più intensamente la corrente di emozioni che attraversa ogni capitolo.

Sebbene non vi siano personaggi dominanti, la brillantezza della Otsuka sta nel riuscire a farci intravedere storie individuali attraverso la delicata stratificazione di un’esperienza collettiva.

Non conoscevo se non vagamente questa parte di storia di immigrazione degli Stati Uniti e questo libro è stato capace di aprire uno squarcio di verità e disperazione, ma anche coraggio e forza, verso un argomento che passa purtroppo sotto silenzio.

My rating: 4/5

Venivamo tutte per mare
Ed. Bollati Boringhieri
Trad. Silvia Pareschi

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6 pensieri riguardo “Julie Otsuka, “Venivamo tutte per mare”

    1. Questo libroè breve e scorrevole, eppure ricchissimo di spunti ed emozioni. 🙂
      Inoltre, sono curiosa di saperne di più sul fenomeno dell’immigrazione giapponese negli USA.

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