Yasunari Kawabata, “La casa delle belle addormentate”

“Fra le opere di un grande scrittore si potrebbero annoverare quelle che corrispondono al dritto di una medaglia, o di una moneta, e il cui significato è evidente e visibile, e le altre che appartengono al rovescio della medaglia, e il cui significato è celato, nascosto, sul retro. Volendo, si potrebbe confrontarle rispettivamente al buddhismo essoterico e a quello esoterico. Nel caso di Kawabata, “Il paese delle nevi” rientra nella prima categoria, mentre “La casa delle belle addormentate” è indubbiamente un capolavoro esoterico”.
(Yukio Mishima)

Un’ordinaria serata estiva, l’aria che accenna appena a stemperare il caldo della giornata, dalla finestra ancora aperta voci ronzanti del televisore dei vicini.
Inizio distrattamente questo racconto di Kawabata. E l’atmosfera si colma del profumo di emozioni. Di peonie e di camelie.

Avevo già letto due libri di questo autore giapponese, di cui ho apprezzato soprattutto l’incredibile capacità descrittiva, di una delicatezza straordinaria, ma al contempo altrettanto vivida e avvolgente, sempre al limite tra percezione del reale attraverso il sentire dei personaggi e il loro stesso passato, i loro sogni. Egli sa trasformare ogni parvenza in poesia e acquerello.

Questa novella, tuttavia, va oltre, è così densa nella sua brevità, così soave, ma dai tocchi morbosi e inquietanti, che ogni parola, ciascuna immagine, trasuda sensazioni e simbolismi.
Al limite tra il vissuto e il sogno, in una sorta di flusso di coscienza, la storia coinvolge l’anziano Eguchi, il quale visita – prima per curiosità, poi per un’irresistibile attrazione – una casa che offre il singolare servizio di trascorrere la notte accanto a una bellissima fanciulla dormiente. Tutte le giovani donne non sapranno mai chi ha dormito accanto a loro, sono, in un certo senso, un giocattolo vivente.
In realtà rappresentano molto di più, sia per gli anziani frequentatori della casa che metaforicamente: il confronto sempre presente tra il vecchio che si sta avvicinando alla fine della sua vita e la giovinezza delle donne, il passato che può rivivere solo nel ricordo e lo stato di incoscienza imperturbabile delle giovani, l’anelito alla vita che sfugge per Eguchi e cerca di scuotere in quei corpi abbandonai al sonno che rappresentano la bellezza e la vitalità, la vita e la morte, la fantasia e la realtà, l’immaginazione e la memoria, il sesso e il desiderio.
Così Eguchi trascorre le sue notti accanto a una bella addormentata, durante le quali osservando la ragazza accanto lui, percorrendone con lo sguardo o sfiorandone con le dita particolari del corpo, la sua mente rammenta le storie vissute con le sue vecchie amanti. Volta dopo volta, tuttavia, l’atmosfera nella stanza delle belle addormentate si tinge di sfumature più opprimenti, quasi morbose, fino a far perdere al protagonista il senso ultimo del bene e del male (“sedotto dalla consuetudine e dall’ordine, il senso stesso del male si è intorpidito”).
In questo climax di pensieri e sensazioni, il finale è prettamente simbolico e non apertamente spiegato, concludendosi con una sottile domanda capace di lasciare al lettore un gusto dolceamaro e non pochi brividi (per il bene o per il male?).

My rating: 4/5

Kawabata Yasunari
La casa delle belle addormentate
(traduzione di M. Teti)
Ed. Mondadori

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