Elizabeth Strout, “Olive Kitteridge”

La prima cosa che colpisce di questo libro di Elizabeth Strout è la struttura: infatti, è concepito come una serie di tredici racconti legati insieme da due elementi fondamentali, la protagonista, Olive Kitteridge, che compare con almeno un cammeo in ogni storia, e l’ambientazione, la piccola città di Crosby, nel Maine.
Siamo di fronte, pertanto, a una serie di narrazioni diverse, ma tra loro strettamente connesse, che in maniera inedita coprono buona parte della vita di Olive Kitteridge.

Fulcro e forza gravitazionale di tutto il libro è proprio lei, la protagonista, che a volte si erge al centro della scena, altre volte gioca un ruolo marginale – ma non è un caso che i racconti più deboli siano proprio quelli nei quali lei viene appena menzionata: senza di lei, il libro va alla deriva, come se avesse perso il suo nucleo centrale dal quale trarre vigore.

Olive non è un personaggio “gradevole” nel classico senso del termine.
Insegnante di matematica, e moglie di un farmacista, è un personaggio abrasivo, brusco, ostico, dall’umore estremamente mutevole, peculiarità che sono messe subito in risalto nel primo racconto, Farmacia, in contrasto al carattere tranquillo, dolce e un po’ sognatore del marito Henry.
Eppure la donna non è un personaggio negativo o cattivo, anzi. Dietro l’apparenza severa e granitica, si nasconde una grande amarezza e altrettanta solitudine, che hanno reso quella scorza esteriore più coriacea come un’estrema autodifesa verso la vita.
La sua vera interiorità traspare quando conforta Kevin per il suicidio del padre, nei rapporti col figlio, ancor più nella sua personale crescita di consapevolezza, che da donna ostica verso la vita in ultima analisi riesce a riscoprire la gratitudine verso ogni giorno che ancore le viene concesso.
Un percorso interiore che viene raccontato attraverso apparentemente semplici avvenimenti di vita ordinaria, ma che sono una profonda, talora malinconica, riflessione sull’invecchiamento, la solitudine, la perdita dell’amore, l’imminenza della morte.

L’autrice è straordinariamente abile a dipingere personaggi che, amabili o sgradevoli, sono profondamente emblematici di situazioni esistenziali, pur nella loro quotidianità.
Questo forse è l’elemento saliente e straordinario del libro: non vi sono accadimenti eccezionali, si racconta di persone ed esistenze affatto ordinarie, ma è il loro diventare simbolo e riflessione sui sentimenti e sulla vita umana che li rende significativi (cosa che ricorda un altro eccellente romanzo, Stoner di John Edward Williams.
Le storie di Olive Kitteridge brillano della vita segreta e delle vere emozioni di gente altrimenti ordinaria – e seguire questi squarci dà l’impressione di mettersi in ascolto dietro una porta schiusa, sbirciare dietro una tenda scostata attraverso la finestra a tarda notte. Ma senza morbosa curiosità, ciò che traspare è l’interesse verso ciò che davvero sono le persone, la loro vera vita.

Attraverso la fotografia di questa provincia, delle sue dinamiche familiari, pettegolezzi, comuni vicende, e grazie alla struttura del libro, che sembra far entrare e sgusciare fuori da storie e prospettive differenti, ne consegue un ritratto della condizione umana, che racchiude i più disparati sentimenti, dalla rabbia, alla crudeltà e la perdita, al tradimento (tema attorno al quale parecchie storie ruotano), ma anche la tenerezza, la comprensione, l’amore, nonché illumina sia ciò che la gente capisce degli altri e ciò che comprendono di se stessi.

Man mano che le storie proseguono, il ritratto di Olive si fa più complesso, sfaccettato.
Olive può scagliare invettive contro suo figlio, ma lo ama anche profondamente, quasi più di quanto lei stessa voglia riconoscere. Suo marito è un uomo gentile e lei lo ama troppo, anche se ha difficoltà ad esprimerlo. È una donna dall’umore discontinuo e spesso burbero, ma possiede un altrettanto profondo senso di compassione.
Perché Olive, di fondo, è una donna che riconosce il dolore altrui e possiede una notevole capacità di empatia – ma è un’empatia senza alcun falso buonismo o sentimentalismo.
Olive capisce che la vita è solitaria e ingiusta, che solo la più grande fortuna porterà benedizioni come un lungo matrimonio e una morte rapida. Sa di aver commesso errori ed essere stata spesso ingiusta, è gravata dai rimpianti. Soprattutto, è in grado di capire le persone, leggere loro dentro – senza tanti arzigogoli psicologici, ma semplicemente perché sa com’è la vita, l’ha sperimentato –, intuisce le loro carenze, le loro speranze, la loro fragilità.

Proprio come consapevolezza di sé e l’empatia di Olive si sviluppano nel corso del libro, così fa il lettore, che scopre e forse talora si identifica con personaggi complicati, non sempre ammirevoli, sgusciando da un punto di vista a un altro, espediente che riesce a rivelare e compartecipare alle emozioni in maniera perfetta.
Come già detto, tuttavia, non c’è niente di sdolcinato o buonista, ma la presa di coscienza del fatto che è necessario guardare le persone a un livello più profondo per capirle, benché questo non significhi né accettarle né giustificarle. Così come l’attaccamento alla vita, proprio quando si sente essere agli sgoccioli, è trattato senza moralismo, ma viene visto semplicemente come un sentimento umano, un affastellarsi di rimpianti, con condiscendenza, tristezza, verità.

Il climax di questo sentire e compartecipazione lucida ma intensa conduce a un finale davvero toccante – ancor più perché umanamente vero, non edulcorato o drammatizzato.

My rating: 4-4.5/5

Elizabeth Strout
Olive Kitteridge
Ed. Fazi
Trad. S. Castoldi

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