William Faulkner, “Assalonne, Assalonne!”

Monumentale.
Questo solo epiteto basterebbe a racchiudere questo capolavoro faulkneriano.
È tale nel linguaggio, nell’intreccio, nei personaggi.
Non è una lettura facile né scorrevole, a mio avviso non è nemmeno il libro ideale per approcciare questo grande scrittore americano da parte di chi non ha ancora letto nulla di suo.
Personalmente, dopo averlo scoperto e amato (ormai diversi anni fa) con Mentre morivo, ancora più prediletto con L’urlo e il furore, dopo l’acuta delusione di Luce d’agosto e Sanctuary, nelle pagine di Assalonne, Assalonne! ho ritrovato il Faulkner che prediligo.
Il linguaggio si fa ardito, complesso, spigoloso e ruvido quanto aulico e lirico, in una narrazione che si snoda spesso in periodi lunghi, articolati, frammisti di pensieri e ricordi, sensazioni e voci differenti.
Un romanzo così doviziosamente curato come potrebbe essere la più soave elegia, invece al centro vi è l’epos terribile di una famiglia, che si spiana tortuosamente al lettore attraverso la voce e i ricordi di diversi personaggi.

All’inizio si annaspa in queste caotiche frammentate memorie, sentendosi soffocare in quella stanza cupa dalle persiane serrate e dall’odore stantio, ammorbata dalla spietata canicola estiva delle terre americane del Sud, dalla quale lo stesso Quentin vorrebbe scappare, eppure una forza irresistibile lo trattiene ad ascoltare. Perché lui stesso in qualche modo ne è parte, perché si presagisce che ormai si è diventati complici di una colpa terribile la cui memoria non riesce a tacere.
È il punto di non ritorno: si è costretti a sapere, capire, addentrarsi fino in fondo alle vicissitudini di quella famiglia, palpitare delle stesse tragedie, sporcarsi degli stessi orrori, assistere allo stesso sfacelo, fissare ammaliati e sgomenti gli occhi di quel demonio, Thomas Sutpen, l’origine di tutto il male.

Uomini e donne qualunque, che potrebbero rimanere abulici e anonimi individui (infatti in sé non hanno nulla che non sia affatto ordinario), se Faulkner non li rendesse quasi epici, poiché li trasforma in personificazioni simboliche di una storia più grande, mitica, le cui radici affondano nella tragedia greca e nella Bibbia.
Questo contrasto silenzioso tra persone assolutamente comuni che incarnano e inscenano allegorie e archetipi dell’esistenza e del mito, in un Sud feroce, puritano, conservatore, che lascia in bocca un sapore di calore, sudore e polvere, sotto quel sole implacabile e abbacinante che riduce ogni rumore ad un opprimente silenzio, è l’elemento che ho sempre adorato in questo scrittore e che mi lascia ammaliata ogni volta (e in questo romanzo, nella sua scrittura così aspramente lirica, tocca vertici incredibili).

Inoltre, ancor più si consolida in me l’impalpabile sensazione (forse solo mia, ma tant’è…) che gli uomini e le donne di Trilobiti di Pancake siano gli eredi della stirpe faulkneriana.

My rating: 4.5/5

William Faulkner
Assalonne, Assalonne!
Ed. Adelphi
Trad. di G. Cambon

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6 thoughts on “William Faulkner, “Assalonne, Assalonne!”

  1. Di lui ho letto solo La grande foresta, m’era piaciuto, anche se non lo ricordo. Però questo mi è ritornato in mente, non ricordo perché ma mi incuriosiva. Lo prenderò 🙂

    1. E’ un libro impegnativo e forse apprezzabile a chi ama già Faulkner.
      Consigliati “L’urlo e il furore” e “Mentre morivo”, entrambi bellissimi (per me, almeno – io adoro questo autore).

    1. Benvenuta, Alessandra, e grazie. 🙂
      Complimenti anche per il tuo blog, mi sono subito iscritta. 😉
      Ci si legge!

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