Intervista all’autrice Becca Price

In occasione dell’uscita dell’ultimo libro di fiabe di Becca Price, per far conoscere quest’ottima autrice, è stata realizzata l’intervista che segue a cura di Chagall, Saretta, Tintaglia e mia.

Chagall: Ciao Becca! Benvenuta sui nostri blog e grazie per aver accettato la nostra intervista. Raccontaci qualcosa di te, presentati ai nostri lettori.

Ciao! È un piacere conoscervi e sapere che avete apprezzato i miei libri così tanto.
Come dice la mia biografia, vivo nella parte sud-est del Michigan (è lo stato che sembra una manopola, guardando la mappa degli Stati Uniti). Abito a metà strada fra due cittadine di media grandezza, Ann Arbor e Brighton, su dieci acri di erbacce, palude e alberi (falciamo un lembo attorno alla casa come un prato, ma principalmente per tenere lontane le zanzare). Vivo con mio marito Chris, due figli (David di ventidue anni, e Tori di ventuno), e tre gatti (Mac, Eliot, and Oliver).
Ho sempre raccontato storie, così era naturale per me raccontare ai miei bambini fiabe per farli addormentare. Ho iniziato a trascriverle così da ricordarle meglio. Sono rimaste nel mio computer per anni, finché un mio cugino iniziò a raccogliere le lettere di suo padre del periodo della Seconda Guerra Mondiale per auto pubblicarle, e mi diede l’idea di pubblicare le mie storie. Non ero certa fossero valide, ma ho pensato di provare e stare a vedere. Nonostante le mie vendite non siano state straordinarie, sono stata travolta dal fatto che le persone a cui sono piaciute le amino quanto me.

Chagall: Perché hai deciso di auto pubblicare il tuo lavoro? Sei soddisfatta dell’esperienza? Hai mai pensato o provato a sottoporre i tuoi scritti a un editore?

Come ho detto in precedenza, non ho mai davvero sperato di vendere i miei racconti. Ho fatto qualche ricerca su Amazon e nei vari book stores, e mi sono convinta che non c’era mercato per fiabe narrate in modo classico ma con messaggi o tematiche moderni. La principale domanda che un agente o un editore pone è: “Ha mercato?” E io ero certa che la risposta sarebbe stata no.
Negli anni, ho pensato alla pubblicazione tradizionale, ma il pensiero di sottoporre manoscritti, trovare un agente, affrontare tutto questo, era spaventoso per me. E poi il pensiero se n’è andato, perché ero impegnata con il lavoro, o uno dei bambini aveva bisogno di me, o avevo problemi di salute, e me ne sono dimenticata per molti anni.
Così, quando ho deciso di auto pubblicarmi, ho eseguito qualche ricerca. Sono approdata su Kboards Writer’s Café, un meraviglioso forum con molte persone disponibili. Ho iniziato a scoprire che l’auto pubblicazione non era necessariamente una seconda scelta, ma aveva validi argomenti a suo favore. Ora, se un editore tradizionale mi offrisse un contratto, ci penserei parecchio. La sola cosa che mi tenterebbe sarebbe la possibilità di ottenere il mio lavoro completamente illustrato, punto che mi duole non poter sostenere autonomamente.

Chagall: Il mondo della letteratura per l’infanzia e dell’illustrazione sono spesso connessi. Chi sono i tuoi illustratori contemporanei preferiti? Qualcuno in particolare con il quale ti piacerebbe lavorare in futuro?

Gli artisti dell’illustrazione per l’infanzia moderna non mi sono familiari. Penso che se potessi far illustrare i miei libri in modo completo, chiederei a Todd Hamilton, il signore che realizza le copertine. Credo catturi sia gli elementi seri e giocosi delle mie storie.
Poiché sono una scrittrice indipendente, sono propensa a collaborare con artisti indipendenti. Mediante Writer’s Café ho trovato un artista (Annette, at Midnight Whimsy) che realizzerà illustrazioni nello stile del puntinismo per il mio prossimo progetto Quests and Fairy Queens.
Ma ovviamente, dal momento che tendo a scrivere fiabe di vecchio stampo, penso che amerei lavorare con artisti come Kay Nielsen, Arthur Rackham, and Edmund Dulac.

Saretta: Perché hai deciso di scrivere fiabe? Le inventavi per i tuoi bambini o hai iniziato per altri motivi? Quanto è complesso il passaggio tra l’orale e lo scritto?

Ho sempre amato le fiabe e la mitologia. Anche da adulta le mie letture vertevano verso fantascienza e fantasy – e cos’è il fantasy se non una fiaba per adulti?
Quando I miei bambini erano piccoli hanno frequentato la scuola Waldorf Education per alcuni anni. All’asilo viene posta enfasi sulle fiabe, alle elementari sulla mitologia Greca e Romana.
Di conseguenza mi è sembrato naturale inventare fiabe per bambini come storie per la buona notte. Leggevamo un libro o due ogni notte, ma osservare le illustrazioni li teneva svegli. Quando racconto loro una storia mi ascoltano con gli occhi chiusi e scivolano naturalmente nel sonno. Penso di aver raccontato loro la storia “The Dark” (in Dragons and Dreams) diverse volte prima che riuscissero a restare svegli fino alla fine. Entrambi poi avevano paura del buio, e questo era il mio modo di rassicurarli del fatto che non c’era nulla da temere.
Per anni, nonostante avessero dei letti ottimi, mio figlio hanno scelto di dormire sul pavimento (ogni tanto lo fa ancora) – e questa è stata l’origine di “The Grumpy Dragon”.
Le fiabe di tradizione orale sono mutevoli per la loro stessa natura, in funzione dell’umore, circostanze, del narratore stesso e del bisogno degli ascoltatori. C’è sempre un cambiamento tra narrativa orale e scritta. Quella scritta tende a congelare le parole, rendendole meno soggette al cambiamento. Ho iniziato a scrivere le storie in parte perché I miei bambini hanno una memori migliore, e mi interrompevano a volte dicendo “Questo non è il modo con cui hai raccontato la storia ieri!”. Mentre io, come narratore, volevo che le mie storie andassero a toccare qualcosa che accadeva ai miei figli in quel momento, entrambi desideravano la consistenza della storia. Se avessi desiderato dei cambiamenti avrei dovuto inventare una nuova storia.
A Princess for Tea” era il mio modo di comunicare ai bambini che le parole hanno un significato, e che la scelta delle stesse comporta determinate conseguenze.

Saretta: Come possono le fiabe adattarsi ai cambiamenti naturali (per esempio in alcune zone le lucciole stanno scomparendo, quindi alcuni bambini non sanno cosa siano) e tecnologici (le nuove generazioni sono sempre più “digitali”)?

Molte fiabe e racconti popolari sono nati per spiegare la natura ed I suoi cambiamenti. E, nonostante gli sforzi degli esseri umani, la natura invade paesi e città, adattandosi alle circostanze in mutamento. I cervi invadono le periferie, e dove si trovano I cervi, seguono predatori come I coyote. Ho alcuni amici che vivono nel cuore di Ann Arbor (non una grande città, ma comunque popolata) che hanno le lucciole nel loro giardino.
Ci sono molte fiabe moderne, come “The Paper Bag Princess” che forniscono un messaggio moderno. La principessa non deve sposare il principe e si salva da sola dal drago. Alcune storie moderne sono raccontate con un linguaggio moderno e ambientazioni contemporanee. Un giorno forse qualcuno scriverà una storia chiamata “The Magic iPad” o “The Magic Cell Phone” – ma penso che ci sarà sempre spazio anche per le fiabe classiche.

Oedipa Drake: Quali sono le fiabe classiche e gli elementi del folklore tradizionale che maggiormente ti hanno influenzato? Perché?

Sono cresciuta in un piccolo sobborgo, dove la biblioteca più vicina era a mezz’ora di distanza, e la biblioteca della scuola non era un granché (ho letto molto e terminato molto in fretta tutto quello che mi interessava presente nella biblioteca della scuola).
Pertanto, quando avevo voglia di leggere qualcosa, avevo i vecchi libri di mia madre, sia quelli della sua infanzia che quelli del college. Ho letto alcune delle vecchie storie dei fratelli Grimm, quelli dove alla fine la strega viene messa in una botte colma di chiodi e fatta rotolare giù per la collina come punizione per la sua malvagità.
Ho letto anche qualcosa dei libri di fiabe intitolati ai vari colori Andrew Lang, quelle scritte in epoca più tarda e che erano alquanto epurate (ossia ove viene eliminato tutto quanto potrebbe essere improprio per i bambini).
Sono passata attraverso anche un periodo arturiano, che mi ha portato a fare ricerche se mai fosse davvero esistito Artù o no, e sullo sviluppo delle leggende arturiane (lo sapevate il personaggio di Lancelot si tratta di una interpolazione più tarda? Non fa affatto parte del ciclo originale).

Mia nonna mi regalò un’antologia di Hans Christian Andersen, ma io la odiavo perché le storie erano tutte così tristi.

E’ stato quando ho iniziato a leggere la storia e la critica delle fiabe di Jack Zipes, che ho riconosciuto cosa nelle fiabe accettavo e cosa rifiutavo. Io tendo a essere una sorta di pacifista e una militante non competitiva, e credo che le mie storie lo riflettano. Non devi uccidere il drago per conquistarlo – e se sei intelligente, non il drago non devi conquistarlo proprio, ci sono altri e forsi migliori modi per risolvere il problema.

Tante fiabe trattano dell’Unico Vero Eroe, colui che salverà ogni cosa. “Child of Promise” è stato scritto, in parte, per riformulare il problema, e sostenere che tutti noi abbiamo la capacità di essere l’Eroe, e che è lavorando insieme che è possibile risolvere il problema, sta lavorando insieme che risolve il problema, che si esce dai guai. In “Child of Promise” Agnes non permette di essere chiamata Salvatrice, o che chiunque altro sia detto tale, e così facendo lei è riuscita a cambiare la mentalità di un intero villaggio.

Oedipa Drake: In passato, racconti, leggende e fiabe rappresentavano anche una base culturale, l’espressione della cultura e di un credo di un popolo. Credi che questa cosa possa essere ancora vera oggi?
Attraverso le tue storie, quali messaggi o valori vuoi trasmettere ai tuoi lettori?

Rispondo a queste congiuntamente, in quanto penso siano un’unica cosa.

Le prime fiabe tendevano a rafforzare le norme sociali. In particolare, nelle versioni più tarde dei fratelli Grimm, era la parte femminile ad essere passiva, attiva nei lavori domestici, e debole, mentre la controparte maschile era forte, avventurosa e coraggiosa. Nelle prime versioni di Hansel e Gretel, i due bambini erano entrambi intelligenti ed è proprio Gretel che alla fin fine salva tutti e due dai guai. In rifacimenti successivi, è Hansel che ha tutte le buone idee.

Ecco perché penso che libri come “The Paper Bag Princess” di Robert Munsch siano così importanti, perché insegna che ci sono altri modi di essere. C’è tutta una scuola di fiabe femministe, e fiabe per bambini con disabilità, o che provengono da famiglie problematiche, o hanno altri problemi. Non ne ho lette molte, e delle favole femministe che ho letto, non sono sicura di quanto siano appaganti. Temo che le storie che rispondono a bisogni particolari e circostanziati possano essere troppo moraliste.

La maggior parte delle mie storie ha… se non una morale, almeno dei temi, o qualcosa che cerco di trasmettere. Spero di non diventare mai moraleggiante. Preferirei che a qualcuno sfugga il mio messaggio, tanto sono sottile, che risultare moralista e didascalica – metodo che penso sia buono tenere alla larga i bambini.

I miei messaggi tendono ad essere cose quotidiane comuni. Ci sono conseguenze per le tue azioni. Se fai qualcosa di sbagliato, hai la responsabilità di correggerti. Ci sono soluzioni migliori della violenza. Essere intelligenti e curiosi sono aspetti positivi, e devono essere incoraggiati. E’ bene essere se stessi, e se alle persone intorno a te non piaci, ci si può guardare intorno fino a trovare persone che ti sosterranno e non si aspettano che tu cambi.

So che ci sono molte persone che sono in disaccordo con me su questi punti (in particolare che dovremmo incoraggiare la curiosità dei nostri figli, e che non ci sono soluzioni migliori rispetto alla violenza). Mi piace pensare che, se più gente la pensasse così, il mondo sarebbe un posto migliore.

Tintaglia: Il tuo stile è tutt’altro che sciatto o semplicistico, contrariamente a quanto troppo spesso si vede in libri rivolti a bambini e ragazzi. Come riesci a “regolare” il lessico tarandolo sul suo pubblico?

Scrivo più o meno come parlo. Anche quando i mie figli erano molto piccoli, non abbiamo mai parlato loro in maniera semplicistica, ma abbiamo tentato di spiegar loro le cose in un linguaggio che potessero capire.

Ho lavorato per anni come redattrice di manuali tecnici, e in quel periodo ho imparato a scrivere per un pubblico sempre diverso: scriverai un manuale in un modo se è per esperti, e in un altro se è rivolto ai principianti, e in un altro modo ancora se è per l’upper management.

Devo ammettere, tuttavia, che Butterfly-Fairy mi ha stupito: per molti versi era come se mi raccontasse le sue storie, e io mi limitassi a trascriverle. Conosco parecchi autori che sentono lo stesso nei riguardi dei loro personaggi, e non ci avevo mai davvero creduto, eppure è successo. Butterfly-Fairy ha sei o sette anni, intelligente ma un po’ sconsiderata, ed è così che racconta le sue storie.

Tintaglia: Hai affermato che Fairies&Fireflies nasce dalla richiesta di una sua piccola lettrice, a cui il libro è infatti dedicato: chi sono i suoi primi lettori? Sperimenti le tue storie solo con bambini, il tuo pubblico d’elezione, o anche con adulti?

C’è una famiglia che ha funzionato da beta reader per me fin dall’inizio. Il padre è stato di grande aiuto, indicandomi i punti nella storia in cui i suoi bambini perdono interesse, o il genere di domande che fanno. Qualche volta chiedo nel Writers Café per altri beta reader che abbiano bambini dell’età per cui sto scrivendo. Inoltre ho un’amica che studia scienze dell’educazione che è sempre di grande aiuto. Ho anche una piccola comunità di aduli che si prestano a leggere le mie storie e a darmi una mano con i nodi della trama.

Cassie (a cui è dedicato “Fairies&Fireflies”) ha un fratello maggiore, Alex, che ha avuto una grossa influenza in uno dei racconti contenuti nella mia prossima raccolta, Quests & Fairy Queens, che spero di pubblicare a giugno.

Tintaglia: C’è qualche autore moderno che ami particolarmente?

Per quanto ne so, sono l’unica a scrivere questo tipo di fiabe vecchio stile. Ci sono alcuni magnifici autori che scrivono fiabe per bambini più grandicelli o adulti. Mi viene in mente Patricia C. Wrede, come Robin McKinley e Peter Beagle. Neil Gaiman, naturalmente, scrive in maniera meravigliosa – non ho buttato giù una parola dopo aver finito “L’Oceano in fondo al Sentiero” perché lo stile e la storia erano così belli che tutto quello che riuscivo a pensare era “Non sono degna!”.

Per saperne di più su Becca Price e le sue pubblicazioni, visita il suo sito e iscriviti alla newsletter.

Le sue due raccolte di fiabe possono essere acquistate su Amazon: “Dragons and Dreams” – “Fairies and Fireflies

[Segue l’intervista originale in inglese]

Chagall: Hi Becca! Welcome to our blogs and thank you for accepting our interview. Please, tell us something about you, introduce yourself to our readers.

Hi! I’m glad to meet you, and delighted that you enjoy my books so much.

As my biography says, I live in South Eastern Michigan (that’s the state that looks like a mitten when you look at the map of the United States. I live half-way between two fairish sized towns, Ann Arbor and Brighton, on ten acres of weeds, swamp and trees (we do mow an area around the house as a lawn, but that’s primarily to keep the mosquitoes down). I live with my husband Chris, two children (David, 22 and Tori, 21), and three cats (Mac, Eliot, and Oliver).

I’ve always told stories, so it was natural for me to tell my children stories to get them to go to sleep. I started writing them down so I’d remember them better. They sat on my computer for years, until a cousin of mine started putting together her father’s letters from World War II to self-publish, and gave me the idea to publish my own stories. I wasn’t sure they were any good, but I thought I’d throw them out there just to see. While my sales haven’t been overwhelming, I have been overwhelmed with how much those people who did like them loved them as much as I did.

Chagall: Why did you choose to self publish your work? Are you satisfied with the experience you’ve made? Have you ever considered or tried to submit your things to a publisher?

As I said above, I never really expected to sell any of my stories. I did some research in various book stores and at Amazon, and was pretty sure there just wasn’t a market for fairy stories told in the classical mode but with some modern lessons or themes to them. The biggest question an agent or publisher would ask is “is this marketable?” and I was pretty sure the answer would be no.

Through the years, I thought about traditional publishing, but the thought of the submission process, finding an agent, going through all that was just too daunting for me. And then the thought would go away, because I’d get busy with work, or one of the kids needed me, or I had health problems, and I’d forget about it for another several years.

So, when I decided to self-publish, I started to do some research. This led me to the Kboards Writer’s Café, a wonderful forum with many helpful people. I began to discover that self-publishing wasn’t necessarily “second best” but had some very valid arguments in its favor. Now, if a traditional publisher were to offer me a contract, I would think long and hard about it. The only thing that would really tempt me would be the ability to get my work fully illustrated, something I’ve always regretted that I can’t afford.

Chagall: The world of art and children’s literature are often connected. Who are your favorite contemporary illustrators? Is there anyone in particular with whom you’d like to work in the future?

I’m not that familiar with modern children’s artists. I think if I could get a modern artist to fully illustrate my books, I’d ask Todd Hamilton to do it, the man who does my covers. I think that he captures both the playful and the serious elements in my stories.

Since I’m an independent writer, my tendency is to go with independent artists. Through the Writer’s Café, I’ve found an artist (Annette, at Midnight Whimsy) who is going to be doing some spot art for me for my next project (Quests and Fairy Queens).

But of course, since I tend to write rather old-fashioned fairy tales, I think of artists like Kay Nielsen, Arthur Rackham, and Edmund Dulac as illustrators I’d love to work with.

Saretta: Why you decided to write fairy tales? You created them for your children or you begun writing them for other reasons? How complex is the conversion between oral and written?

I’ve always loved fairy tales and mythology. Even as an adult, my reading tends toward science fiction and fantasy – and what is fantasy but grown-up fairy tales?

When my children were very little, they went to a Waldorf Education school for a few years. In kindergarten, there is a strong emphasis on fairy tales. In first grade, the emphasis is on Greek mythology, and in second grade the emphasis is on Roman mythology.

Therefore, it just seemed natural to make up fairy tales for the children as bed time stories. We’d read a book or two each night, but having them look at the pictures seemed to keep them awake. When I would tell them a story, they would listen with their eyes closed, and naturally drift off to sleep. I think I told them the story of “The Dark” (in “Dragons and Dreams”) several times before they were able to stay awake to the end of it. Also, both children were a bit afraid of the dark, so that was my way of reassuring them that there wasn’t anything to be afraid of.

For years, in spite of having a perfectly good bed, my son chose to sleep on the floor (he still does on occasion) – and that was the genesis of “The Grumpy Dragon”.

Oral tales by their nature change, depending on mood, circumstances, the teller, the needs of the listeners. There’s always a trade-off between oral narrative and written narrative. Written tends to freeze the words, and make them less responsive to changes. I started to write down the stories partly because my children have better memories than I do, and would interrupt me sometimes saying “That wasn’t the way you told the story last night!” While I, as the teller, might want my stories to address something that was going on in my children’s lives at that moment, both my children had a need for consistency of story. If I wanted to make changes, I would have to make up a whole new story.

A Princess for Tea” was my way of getting across to the children that words have meaning, that word choice had consequences.

Saretta: How can fairy tales adapt to changes in the natural (e.g. in some areas the fireflies are disappearing, so some children don’t know what they are) and technological world (the new generations are more “digital”)?

So many fairy and folk tales started out as ways to explain nature, and the changes in nature. And, in spite of mankind’s best efforts, nature is invading our towns and cities, adapting to changing circumstances. Deer are invading suburbs, and where deer are, so follow predators like coyotes. I have some friends who live in the heart of Ann Arbor (not all that big as cities go, but still a good size) who have fireflies in their yard.

There are lots of modern fairy tales (like “The Paper Bag Princess” that give more modern messages. The princess doesn’t have to marry the prince and can rescue herself from the dragon. Some modern stories are told in even more contemporary language and with contemporary settings. Someday maybe I’ll write a story called “The Magic iPad” or “The Magic Cell Phone” – but I like to think there will always be a space for the more old fashioned fairy tales too.

Oedipa Drake: Which are the classic fairy tales and elements of traditional folklore that influenced you most? Why?

I grew up in a small suburb, where the nearest library was half an hour away, and the school library wasn’t that good (I read a lot, and went through everything in the school library that interested me very quickly). So, when I wanted to read something, I had my mother’s old books to read, both from her childhood and her college days. I read some of the old Grimm Brothers stories, the ones where at the end the witch was put in a barrel stuffed with nails and rolled down hill as punishment for her wickedness. I had some of the Andrew Lang color fairy tale book too, but those were written at a later date, and were rather Bowdlerized (that’s the process of taking out anything that was considered indecent or not proper for children to hear). I went through quite an Arthurian phase, too, but that only led me to doing research on whether there ever was a real Arthur, and the development of the Arthurian legends (did you know Lancelot was a later interpolation? Not part of the original stories at all.)

My grandmother gave me a collection of Hans Christian Andersen, but I hated them because they were all so sad.

It wasn’t until I started reading Jack Zipes’ history and critique of fairy tales that I recognized the parts of fairy tales that I accepted and the parts that I rejected. I tend to be something of a pacifist and almost militantly non-competitive, and I think my stories reflect that. You don’t have to kill the dragon to conquer him – and if you’re clever, you don’t really have to conquer the dragon at all; there are other and perhaps better ways of solving the problem.

So many fairy tales deal with The One True Hero, the one who will save everything. “Child of Promise” was written, in part, to re-cast a problem, and say that we all have the capacity to be The Hero, and it’s working together that solves the problem, that saves the day. In “Child of Promise” Agnes refuses to allow herself to be named the Savior, or to name any one person that, and by so doing she changed the attitude of an entire village.

Oedipa Drake: In the past, stories, legends and fairy tales characterized also a social and cultural context, the expression of the system of beliefs of a community of people. Do you think this statement could still be true nowadays?
Which messages or values your stories want to convey to your readers?

I’m going to take these two together because I think they’re part of a whole.

The early fairy tales tended to reinforce social norms. Particularly in the later versions of the Grimm Brothers, it was the female part to be submissive, industrious about household work, and weak, and the male part to be strong, adventuresome, and brave. In the earliest forms of Hansel and Gretel, both children were clever and Gretel is the one who ultimately saves the day. In later retellings, Hansel has all the good ideas.

That’s why I think books like “The Paper Bag Princess” by Robert Munsch are so important. It teaches that there are other ways of being. There’s a whole school of feminist fairy tales, and fairy tales for children with disabilities, or who come from broken homes, or have other disadvantages. I haven’t read many, and of the feminist fairytales I have read, I’m not sure how satisfactory they are. I worry that stories that address special needs and circumstances may tend to be preachy.

Most of my stories do have… if not morals, then themes, or something that I’m trying to get across. I hope I never am preachy about it. I’d rather be too subtle and have the message go past someone than have it be so obvious that it’s preachy and moralizing – I think that’s a good way to turn children off.

My messages tend to be common, everyday things,. There are consequences to your actions. If you do something wrong, you have the responsibility to make it right. There are better solutions than violence. Being clever and curious are good things, and should be encouraged. It’s OK to be who you are, and if the people around you don’t like it, you can look until you find a community that will support you and not expect you to change.

I know there are many people who disagree with me on these things (particularly that we should encourage curiosity among our children, and there are better solutions than violence). I like to think that, if more people felt that way, the world would be a better place.

Tintaglia: Your style is clear but not semplicistic or sloppy, as can be seen in many Young Adults or children books. How do you manage to adjust your language to your public, that I imagine varies in age?

I pretty much write how I talk. Even when my kids were little, we never talked down to them, but tried to explain things to them in language they could understand.

I’ve been a professional technical writer for years, and during that time I had to learn how to write to different audiences: you’ll write one way if the manual is for experts, and another way if it’s for beginners, and yet another way if it’s for upper management.

I must say, though, that Butterfly-Fairy rather surprised me. In a lot of ways, it was like she was telling me her stories, and I was just writing them down. I know a lot of authors feel that way about their characters, and I never quite believed it, but there it was. Butterfly-Fairy is about 6 or 7, clever, but a little bit thoughtless, and that’s how she tells her stories.

Tintaglia: Fairies&Fireflies is the answer to one little reader, who asked “Then what?”. Who are your beta-readers? Do you “experiment” your stories only with children, or do you have any adult “consultant”?

I have one family who have been beta readers for me from the beginning. Their father has been very helpful, too, in pointing out places where his children lose interest in the story, or the kinds of questions they ask. Sometimes I’ll ask on the Writer’s Café for other beta readers who have children of the age I’m writing for as well. I have a friend who is a student in early elementary education who has been a big help, too. I’ve also got a small community of adults who are willing to read my stories and help me with plotting difficulties.

Cassie (to whom “Fairies and Fireflies” was dedicated) has a older brother, Alex, who has significantly influenced a story that will appear in my next collection, “Quests and Fairy Queens” (coming out in June, I hope).

Tintaglia: Do you have any modern fairy tale author to recommend?

To the best of my knowledge, I’m the only one writing this type of rather old-fashioned fairy tale currently. There are some wonderful authors who write fairy tale retellings or modern fairy tales for older children and adults. Patricia Wrede comes to mind, as does Robin McKinley and Peter Beagle. Neil Gaiman, of course, writes beautifully – I couldn’t write for a week after reading “The Ocean at the End of the Lane” because the writing and the story was so beautiful that all I could think was “I am not worthy!”

If you’d like to learn more about me or my books, please visit me at http://wyrrmtalespress.com. You can also join my newsletter for information about future releases at http://eepurl.com/JA5e1.

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