Arte come breccia nel muro: Street Art Utopia

Grigiore suburbano, uniforme periferia frastornata dal caos cittadino.
Inattesa, una dissonanza cattura l’attenzione, uno squarcio sgargiante stordisce lo sguardo, un caleidoscopio figurativo germoglia dal nulla e sbalza nel regno dell’immaginazione e della meraviglia.
Questa irruzione nell’ordinaria quotidianità metropolitana riunisce idealmente diversi artisti – per sensibilità, tecnica, obiettivi più eterogenei, alcuni noti e altri affatto anonimi – sotto il nome di Street Art Utopia e il motto “We declare the world as our canvas”.

Street Art Utopia non è un’etichetta (in questo campo sarebbe azzardato e inopportuno), né un movimento o un gruppo organizzato, bensì una sensibilità, un’espressione sociale, culturale e artistica, atta a presentare i più audaci e mirabili artisti dediti alle forme più innovative di street art, 3D street art e graffiti writing (su quest’ultima un profilo è tracciato nell’articolo Graffiti, un excursus storico di 7di9).
Street Art Utopia non è nemmeno mera decorazione, svago, esibizione tecnica; il suo intento è metamorfizzare le strade della nostra quotidianità, renderle di nuovo vive, trasformare elementi apparentemente banali in vie di fuga verso punti di vista inediti. Trasfigurando ciò che è anonimo, dischiudendo su un muro o sul cemento incredibili scorci figurativi e prospettici, degni dei più virtuosi prospettivisti barocchi, essa spalanca possibilità illimitate di comunicazione, manifesta la propria verità, rivoluziona il modo di vedere – suggestioni che mi riportano alla memoria Picta muore di Dario Tonani e, per l’angolazione atipica con cui può essere osservata e vissuta la città, il mirabile romanzo Zazie nel metro di Raymond Queneau.
Che il risultato finale voglia esprimere una contestazione e temi socialmente rilevanti (come, per esempio, il celebre Banksy), oppure distruggere l’impersonalità, vivificare la strada e aggregare le persone, far emergere il senso di meraviglia e del bello (filosoficamente intesi come impulso dell’animo verso un sentire più elevato, profondo, un risveglio alla consapevolezza), lo spettatore, muovendosi in spazi prospettici che prendono forma da punti di partenza potenziali, può scandagliare infiniti spunti di lettura, tra geometrie labirintiche e forme straordinarie, indagare le molteplici possibilità percettive dello spazio e della dimensione pittorica non solo da osservare, ma anche da attraversare.

Il concetto fondamentale è quindi il punto di vista, strutturato insieme a quello di inquadratura e illusione, secondo le declinazioni delle più audaci sperimentazioni ottico-percettive del Barocco, allorché la prospettiva non era più solo tecnica artistica capace di restituire una copia proporzionata e affidabile del vero, ma sottendeva qualcosa di più misterioso, che l’abilità dell’artista ricreava in un arguto gioco di rimandi e indizi che permettessero all’osservatore di scrutare più a fondo e trovare la vera immagine.

Similmente, questi artisti sfruttano il fattore ambientale portando alle estreme conseguenze la deformazione e l’illusione visiva, mirando direttamente al subconscio e destabilizzando le certezze sistematiche dello spettatore – spesso ignaro passante – proiettato così in uno spazio completamente altro, in una dimensione diversa e parallela. Un medium potentissimo, quindi, una vera “breccia nel muro”, per citare Le porte della percezione di Aldous Huxley:

“L’Arte e la religione, i carnevali e i saturnali, la danza e l’oratoria, sono serviti tutti, come disse H.G. Wells, da Brecce nel Muro. […] L’uomo che ritorna dalla Breccia nel Muro non sarà mai lo stesso dell’uomo che era andato: sarà più saggio ma meno presuntuoso, più felice ma meno soddisfatto di sé, più umile nel riconoscere la sua ignoranza, eppure meglio attrezzato per capire il rapporto tra parole e cose, tra ragionamento sistematico e Mistero insondabile che egli cerca, sempre invano, di comprendere”.

In tal senso, il termine Utopia apposto a Street Art indica etimologicamente il “non luogo”: non certo il nulla, bensì lo spazio delle illimitate possibilità, della libertà di esprimere, di immaginare, di sperimentare altri livelli di realtà e consapevolezza. Come sostiene lo street artist italiano 108 (ossia Guido Bisagni): “Quello è stato il mio intento fin dall’inizio: creare il caos nella mente di chi guarda, dove per caos intendo qualcosa che veramente stravolga il pensiero. […] Voglio che chi vede le mie opere esca per un momento dai binari della sua vita ordinaria. […] Come imbattersi in un monolite preistorico in un bosco: creare una porta, una via di fuga anche solo momentanea per chi ha la capacità di guardare”.

Opere d’arte, pertanto, che come vere soglie simboliche sono un passaggio e un punto di partenza, uno stimolo al risveglio, a non compiacersi del dato di fatto e dell’apparenza, a rivoluzionare il proprio modo di osservare, ma anche a vivere la città, la metropoli, in maniera del tutto rinnovata, come prezioso spazio vivibile e comune, restituito alle persone, in cui trovi posto anche la fantasia, la creatività, l’espressione personale, la bellezza.

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