Boardwalk Empire, Quarta Stagione

La maledizione delle “tre stagioni” (ovvero il fatto che in genere le serie tv dopo la terza stagione proseguano in caduta libera) pare aver colpito anche Boardwalk Empire.

La serie americana, ambientata durante gli anni del Proibizionismo, si è mantenuta su buoni livelli per le prime tre stagioni ed è stata in grado di ricreare un ritratto sociale fedele e accattivante degli Stati Uniti dell’epoca, grazie a una sceneggiatura che ha saputo ben coniugare azione, intrighi, momenti drammatici e un cast di alto livello.
Non solo la storia, alternando politica, economia, mafia e vita sociale e privata, ma soprattutto i personaggi, il loro carisma, il loro essere criminali, ingenui oppure divisi tra bene e male, intimità e socialità, i loro legami (che fossero per interesse, sfruttamento, amore o vincoli familiari), sono stati sempre il vero punto di forza.

La quarta stagione, invece, si è essenzialmente trascinata senza una vera trama od obiettivo, puntando soprattutto sul lato più cruento e sordido della criminalità organizzata di quegli anni, mettendo troppo in disparte l’interiorità dei protagonisti.

Nucky mi è sembrato appiattito nel suo essere un mero boss della malavita, è diventato un “cattivo” e basta, non sembra più toccato da altri sentimenti, se non in un paio di puntate nei confronti del suo domestico tedesco e di suo nipote. Troppo poco, la statuaria complessità del protagonista sembra essersi incrinata, lasciando un personaggio che non ha molto di profondo da dire.

Tanti personaggi ai quali ci si è affezionati sono diventati sorta di comparse senza consistenza.
Al Capone, di cui si attendevano sviluppi sulla sua vita, somiglia a un pazzo assetato di sangue e vendetta.
Elias, il fratello di Nucky, non pare aver più nulla da esprimere se non essere una comparsa e anche negli episodi finali il suo ruolo ambiguo non migliora le cose.

Richard Harrow, uno dei personaggi più profondi e interessanti della serie, è stato praticamente neutralizzato. Presente in pochi episodi che hanno aggiunto ben poco alla sua storia personale e nulla al personaggio.

Nelson Van Alden è più che mai caricatura di se stesso.

E così via, tutti i nostri affezionati personaggi seguono stancamente uno andamento degli eventi che alla fin fine non aggiunge nulla di davvero nuovo o eclatante, mentre quelli nuovi non riescono a spiccare o a lasciare il segno.

Ho lasciato per ultimo quello che secondo me è stato uno dei perni del fallimento di questa stagione: la mancanza di personaggi femminili di primo piano.

Intanto, è mancata moltissimo Margaret, che compare in un paio di episodi, ma senza essere un elemento chiave o portante.
Gillian, al contrario, per quanto sia presente, è un’ombra di se stessa.

Nuovi personaggi femminili introdotti sono assolutamente secondari e non di impatto.

Uno degli aspetti che rendevano le serie così interessante e non scontata era anche questo contrapporsi tra uomini, gangster, interessati al potere e al denaro, e donne che hanno saputo tener loro testa, hanno focalizzato gli eventi anche su momenti più intimi, sono state il punto di svolta di cambiamenti nella vita degli uomini con i quali hanno intessuto un rapporto, dando al mondo rappresentato una vera e sentita profondità sociale e realistica.

Tanto più che il tema portante della stagione è stato quello della famiglia (largamente intesa, non solo basata sui legami di sangue) e quanto i padri lasciano a chi resta e viene dopo, l’aspetto sopra citato sarebbe stato fondamentale.

Soltanto l’ultimo episodio si risolleva e alla grande, condensando in una cinquantina di minuti momenti tesi, drammatici, toccanti e inattesi colpi di scena e i protagonisti tornati alla loro grandezza originaria. Una puntata intensa degna della serie.

A questo punto, mi chiedo se questa stagione sia stata solo “di passaggio” e la prossima possa risollevarsi, oppure se ormai sia destinata a dilungarsi in troppe puntate senza grande qualità.

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