Le Druidesse Celtiche

Nel mondo celtico si trovano diverse figure femminili che hanno ricoperto ruoli di spicco, quale quello di guerriere, regine, diplomatiche.
Appare controversa, invece, la questione del ruolo delle donne come druidesse, anche se non mancano in merito le testimonianze a favore.
Una fonte che sfuma nella fantasia è la credenza bretone che le corrigan, ovvero le fate, fossero un tempo druidesse, come ad esempio le nove vergini profetesse che vivevano sull’Île de Sein.Nella conquista dell’isola di Môn (l’Anglesey odierno), Tacito, invece – per riportare un esempio di attestazione a sfavore – descrisse delle donne vestite di nero, dai capelli scarmigliati e molto simili alle Furie, che brandivano fiaccole dalla riva per scoraggiare l’approdo dei nemici, e le distingueva dai druidi sottolineando esplicitamente che non fossero druidesse.Il passo di Tacito per quanto riguarda un’età ancora poco o nulla contaminata dall’ingerenza romana, appare un caso pressoché isolato. Riprova dell’esistenza e dell’importanza delle druidesse ce ne sono diverse, sia linguistiche che legate all’epica di questo popolo. Un primo riscontro è proprio la questione irlandese delle ban-fàithi (donne profetesse), assimilate alle druidesse stesse. Parlando di ban-filid, figura di spicco è sicuramente Fedelm o Feidelm (1), il cui ruolo in un celeberrimo passo dell’epica irlandese, la Tàin Bó Cualnge, presso i guerrieri del Connacht ricorda quello di Cassandra presso i Troiani, ed è appellata esplicitamente ban-fili o ban-fàith.Nella Tain Bo Cualnge (La Razzia del Bestiame di Cooley), Medb, Regina del Connacht, stava per scagliare i suoi eserciti in battaglia contro Conchobhar, Re dell’Ulster. Prima, però, ella consultò una druidessa chiamata Fedelm, la quale era appena tornata dalla Gallia ove “aveva appreso versi e visioni in Albione”. Medb le domandò se possedesse la “Luce della Preveggenza”, e Fedelm, asserendo di essere una profetessa chiaroveggente, predisse la sconfitta della Regina.

La druidessa Fedelm viene così descritta nella tradizione celtica:

Aveva capelli gialli, indossava un mantello variegato trattenuto da un fermaglio d’oro, una tunica col cappuccio dai ricami rossi, e sandali con fibbie d’oro. La fronte era ampia, la mascella stretta, le sopraciglia nere come la pece, con delicate ciglia scure che ombreggiavano metà del viso fino alle guance. Le labbra sembravano adorne di rosso scarlatto. Tra le labbra i denti erano simili a una chiostra di gioielli. I capelli erano divisi in tre trecce: due legate sopra il capo, la terza che le ricadeva sul dorso, fino a sfiorare le caviglie.
La fanciulla intrecciava una frangia con una bacchetta di elettro intarsiata d’oro tenuta nella mano destra. Gli occhi avevano una triplice iride. Era armata, e due cavalli neri conducevano il carro.

In Irlanda, anche il termine ban-drui, donna druida, si trova più volte nelle fonti e nel già citato Tàin Bó Cualnge si fa riferimento a “tre druidi uomini e tre druidi donne”, mentre nel Lebor na h-vidre si parla, apparentemente in codraddizione con l’altro testo, di “tre druidi e delle loro tre donne”. Tuttavia, gli studiosi concordano che il termine ban-drui non si può che tradurre con “druidesse”. Non vi sarebbe dubbio, quindi, che presso i Celti alla professione di druido come a quella di filé fossero ammessi donne e uomini.

Nelle Leggende della Bretagna misteriosa si narra della Groac’h dell’isola del Lok e il curatore del testo (Gwenc’hlan Le Scouëzec) in una nota riporta che il termine Groac’h o Grac’h significa propriamente “vecchia” e che questo era il titolo dato alle druidesse che avevano dimora su un’isola vicina alle coste d’Armorica, per questo nominata Isola di Groac’h, da cui per corruzione divenne Groais o Groix. A poco a poco, il termine perdette il primitivo significato di “vecchia” e giunse a designare una donna dotata di poteri sugli elementi naturali, come le druidesse dell’isola, e successivamente una fata dell’acqua abitante in mezzo alle onde.

Anche le narrazioni tradizionali relative alle “streghe” possono essere utili per capire quali ruoli potessero avere avuto le druidesse.

La strega Cailleach Mhor Chlibhrich gettava incantesimi sugli animali; Caitir Fhranagach era esperta in ogni sorta di magie e stregonerie” e poteva scatenare in un batter d’occhio la tempesta sulle colline, oppure far traboccare di fango giallastro i torrenti, mandandoli in piena anche quando non cadeva una goccia d’acqua.

Le streghe dell’isola di Mull vennero chiamate a raccolta per combattere un capitano spagnolo che voleva invadere l’isola. Le Doideagan Muileach, le streghe grigie, si radunano e costruirono un potente incantesimo intrecciando una corda di foglie verdi di felce aquilina alla quale appesero una macina, che scaraventata in cielo, scatenò una tempesta marina che fece naufragare la nave dell’invasore.

Un altro passo significativo della letteratura epica irlandese è relativo alle imprese giovanili di Finn, futuro capo dei Fianna, allevato dalla druidesse Bodhmall e Liath Luachra nella foresta di Slieve Bladhma. Raggiunta l’età’ adatta, Bodhmall e Liath Luachra lo introdussero ai sacri precetti: “poi gli insegnarono tutti i segreti delle arti druidiche: le virtù delle erbe, le abitudini degli animali del bosco e la loro voce, i nomi e le posizioni delle stelle nel cielo”.

Pomponio Mela nel De situ orbis, scrisse relativamente all’isola con il nome di Sena:

Sena, nel mare britannico, di fronte al litorale, presso gli Osismii, è degna di nota per l’oracolo della divinità gallica le cui sacerdotesse, si dice, sono nove vergini perpetue. Esse sono chiamate Gallisenae; pretendono di calmare, con i loro canti e con i loro singolari artifici, i mari in tempesta e i venti e di trasformarsi in qualsivoglia animale. Sanno guarire quello che altri non riescono a guarire e sanno predire il futuro.

Pomponio, si sottolinea, fu un vero e proprio geografo, pertanto non sta facendo opera di fantasia quando parla di quest’isola situata nel mare britannico, celebre per la presenza di un oracolo di una divinità gallica.

Altro personaggio femminile associato al druidismo, pur in epoche più tarde e già sotto l’Impero Romano, è Veleda, nome che dà Tacito ad una profetessa dei Bructeri che, ai tempi di Vespasiano, era onorata come una divinità e che molto probabilmente era una vera e propria druidessa.

L’esistenza delle druidesse è assicurata anche dall’Histoire Auguste, ove si ricorda che, secondo Lampride Alessandro, Severo ne incontrò una, secondo Vopiscus, Numeriano e Aureliano avevano consultato una druidessa famosa. Le donne di cui si tratta nell’Histoire Auguste, tuttavia, non avevano più le caratteristiche peculiari delle vere druidesse delle epoche precedenti (vengono, infatti, pressoché assimilate a delle chiromanti), fatto che comprova l’inizio di una certa decadenza di tale ruolo e figura e che coinvolse progressivamente l’intera classe druidica.

Sulle druidesse che vaticinavano, si possono citare alcuni riferimenti.

Lampridio (Alexander Severus LIX, 6):

Mentre si accingeva a partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica: “Va’, ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati.

Vopisco (Numerianus XIV, 2):

Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era d’istanza in Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto gli disse: “Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!”. Ed egli le rispose scherzando: “Quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò!”. E si dice che la druidessa avesse risposto: “Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale.

Vopisco (Aurelianus XLIV, 4-5):

Diceva infatti Asclepiodoto che Aureliano aveva una volta consultato le druidesse di Gallia, chiedendo loro se l’Impero fosse rimasto ai suoi discendenti, ma queste avevano risposto che nessun nome sarebbe stato più famoso di quello dei discendenti di Claudio. E infatti ora è imperatore Costanzo, che discende da quel sangue e i cui discendenti raggiunsero, credo, quella gloria che era stata vaticinata dalle profetesse.

Non si può dimostrare con certezza che tali donne fossero vere druidesse, bensì pare che l’ormai dilagante declino druidico facesse sì che una semplice indovina potesse essere designata in tale modo. Ciò ribadisce, appunto, l’infimo valore assunto da tale termine presso i romani e, di riflesso, quale scadimento avesse subito il sacerdozio druidico nella terre celtiche romanizzate.

Discutibile, a tal proposito, appare quanto sostenne Ausonio, indicando la discendenza dai druidi come fattore di nobiltà:

Ausonio (Commemoratio professorum Burdigalensis IV, 7-10):

Se la fama non mente, tu discendi da druidi di Bayeux, e riconduci la tua stirpe consacrata al tempio di Beleno, donde vi viene il nome.

Ausonio (Commemoratio professorum Burdigalensis X, 22-30):

E io non posso non parlare del vecchio Fenicio che, sebbene fosse addetto al tempio di Beleno, non ne trasse alcun profitto. Discendeva, come si dice, dai druidi di Armonica, e ottenne un seggio a Bordeaux, con l’aiuto di suo figlio.

J.A. Mac Culloch, membro della Chiesa Episcopale e uno dei primi a studiare, agli inizi del Novecento, il mondo celtico senza interpretazioni romantiche (benché in un’ottica tutta a favore della sua religione), scrisse che gli autori tardo latini utilizzano il termine dryades o “druidesse” in riferimento più che a sacerdotesse generiche che a vere druidesse.

Ricordò, inoltre, come esistessero molte donne di quelle terre esperte in arti magiche, tanto che anche San Patrizio si era armato contro “gli incantesimi delle donne” (“brichta ban”) e le stregonerie dei druidi. Annotò, poi, di donne dedite alle pratiche magiche tenute in grande considerazione dalla gente e del fatto che la progressiva scomparsa dei druidi (a causa delle continue persecuzioni prima da parte dell’Impero Romano e poi dei Cristiani) abbia visto conservare invece da parte di tali donne i loro poteri e la loro conoscenza.

Le donne, infatti, continuarono a praticare la magia anche quando i druidi furono scomparsi, in parte per lo spirito conservatore femminile, in parte perché, a partire circa dall’infiltrarsi del cristianesimo, il loro lavoro si era svolto più o meno in segreto. Infine, la Chiesa mise al bando anche loro e le perseguitò come “streghe” o “eretiche”.

E’ noto che, in particolare in Irlanda, la sensibilità, lo spirito della tradizione celtica si conservò a lungo, tanto che più che in altri paesi, fino a connotare di tratti “pagani” le figure dei primi santi e sante irlandesi. Le badesse dei primi conventi della chiesa cristiana di area celtica, ad esempio, vennero descritte “lucenti dei mistici chiarori della santità, pudiche nei candidi panni, monache e badesse dagli occhi vivaci”, connotazioni proprie di quelle che erano le temprate donne dei Celti, fossero regine o druidesse. Le prime risolute badesse provvedevano ai compiti pastorali con il medesimo fervore e pari aggravio di responsabilità degli abati, predicavano con voce sicura e squillante, imponevano le mani per guarire gli ammalati. Ricche di carisma, ascoltavano le confessioni, stabilivano nei singoli casi le adeguate penitenze, a volte celebravano Messa e ordinavano nuovi sacerdoti.

E’ evidente, quindi, come si accennava, che le persecuzioni a cui sono stati sottoposti i druidi e li hanno costretti a ritirarsi in clandestinità fece sì che una parte della loro tradizione fosse proseguita dalle donne, le quali, evidentemente, per un lungo periodo, furono meno direttamente interessate alla falcidie abbattutesi sugli uomini, in quanto prima l’Impero romano e poi il cristianesimo, ambedue retti da una casta maschile, li ritenne il pericolo ideologico e politico da contrastare con maggiore durezza nell’immediato. Quando in seguito la Chiesa si rese conto che l’antica religione continuava grazie alle molte donne che, nelle campagne e sulle montagne, non avevano dimenticato parte degli antichi insegnamenti, le massacrò, torturò barbaramente e, infine, bruciò sui roghi con il marchio di streghe. Man mano, persino le fiere badesse furono ridimensionate nel ruolo e nel potere, costrette alla reclusione e a dimenticare l’antico sapere.

Si può concludere che anche nel ruolo druidico le donne furono pari agli uomini, a ulteriore riprova di una società e di una cultura, come quelle celtica e druidica, caratterizzata dall’equilibrio tra il maschile e il femminile, cosa che rimane uno dei suoi tratti più significativi.

(1) Il Druidismo si è evoluto per decine di migliaia di anni in forza delle pratiche religiose di tribù pre-Celtiche, e successivamente del tutto Celtiche, nell’Europa Occidentale.Sebbene i Druidi originariamente potevano essere stati semplici sciamani locali, maghi, donne e uomini-medicina, al tempo di Fidelma si erano organizzati in una Scuola dei Misteri con tre divisioni e una tradizione di insegnamento suddivisa in tre correnti: dei Bardi, degli Ovati, e dei Druidi.E Fidelma era andata in Britannia per apprendere “versi e visioni”, ovvero l’attività dei Bardi e degli Ovati.
Alcune fonti sulla classica tripartizione dell’ordine druidico in bardi, vati e druidi propriamente detti.

E ci sono tra i Galli poeti che essi chiamano bardi; e cantano su strumenti simili alla lira, inneggiando alcuni e vituperando altri. Hanno filosofi e teologi tenuti in grande considerazione, che vengono chiamati druidi. Hanno anche indovini molto importanti, che predicono il futuro. – Diodoro Siculo (Historiae V, 31, 2-5)

Che si trattasse di un unico ordine sacerdotale, è così testimoniato:

Tra i Celti, i druidi si dedicarono alla filosofia pitagorica, alla quale erano stati indirizzati da Salmoside, il servo di Pitagora, uomo di origine tracia che era giunto tra i druidi dopo la morte del padrone, e che aveva dato loro l’opportunità di apprenderne le teorie. I Celti credevano che i loro druidi fossero indovini e profeti, poiché sapevano predire certi eventi, grazie al sistema di calcolo pitagorici. Non passeremo sotto silenzio l’origine del sapere dei druidi, poichè alcuni hanno presunto di scorgervi distinte scuole di pensiero. In verità i druidi si servivano anche delle arti magiche.Ippolito (Philosophumena I, XXV)

***Fonti principali: CelticWorld; S. Danesi, “I Druidi custodi della Dèa”

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