John C. Wright, Ciclo dell’Età dell’Oro (trilogia)

Il primo libro della trilogia immerge immediatamente nel mondo dell’Ecumene Dorato: siamo sul pianeta Terra (quindi vincolati ancora ad un modello geocentrico/antropocentrico), che è ancora l’unica sede principale della specie umana, in un futuro lontanissimo in cui migliaia di anni di continuo progresso economico, sociale e scientifico hanno reso perfetta la società (una nuova “età dell’oro” utopica e leggendaria). Prolungamento indefinito della vita, pace e tranquillità in un mondo senza più crimini, guerre e schiavitù dal lavoro, ove tutte le menti (con peculiarità diverse a seconda della neuroforma di appartenenza) sono immerse in una sorta di spazio-sogno ipertecnologico. Una mutazione antropologica davvero radicale e profonda, tanto che l’essere umano odierno è superato e dimenticato.
Le descrizioni e i primi passi dell’avventura di Phaeton sono tratteggiati da Wright in modo abile, e avvolgono il lettore di quel senso del meraviglioso fondamentale per la migliore narrativa fantastica. Man mano che ci si inoltra nella lettura del primo romanzo, si è coinvolti tanto da questo nuovo mondo stupefacente, quanto dal climax di dubbi e riflessioni del protagonista che, smascherando piccole menzogne, subisce un vero e completo shock: le verità e i valori sui quali si basava la sua esistenza vengono sconvolti fin dalle fondamenta. Egli inizia quindi a interrogarsi su se stesso, sul mondo in cui ha sempre creduto saldamente e sui principi sostanziali sui quali si regge, iniziando a dubitare se la sua società, così perfetta, giusta, libera e stabile, sia davvero tale. Tutta questa statica ed utopistica “perfezione” è veramente tale e rappresenta il fine ultimo dell’uomo?
A tal proposito, mi viene in mente questa considerazione di Vasilij Rozanof:

«La vita sorge da “equilibri instabili”. Se ci fosse dappertutto stabilità, non ci sarebbe vita. Ma l’instabilità è angoscia, disagio, pericolo. E di essa vive il mondo, per sempre inquieto. Di qui la scempiaggine di queste “Città del Sole”, di queste “Utopie”, la cui essenza è una felicità perenne. Ossia un “equilibrio stabile” definitivo. Non così si fissa il “futuro”, ma si segna la morte».

Emerge una caratteristica tipica dell’intera trilogia: la componente che potremmo definire “filosofica”. Essa risulta assai apprezzabile e rivela la profonda cultura in materia dell’autore. In particolare si colgono reminiscenze del migliore pensiero classico e umanistico, nonché il voler instaurare un dialogo (retorico) col lettore alla maniera socratica: i dubbi e le riflessioni di Phaeton sono un espediente narrativo per far meditare su questioni esistenziali connaturate all’uomo stesso, ma soprattutto sugli spinosi e problematici argomenti inerenti ad un futuro rapporto complementare ed inscindibile tra uomo e tecnologia avanzata, nonché a tutte le nuove frontiere scientifiche. Questa peculiarità riflessiva percorre tutti e tre i romanzi, benché non in tutti sia ugualmente calibrata e altrettanto riuscita.
Tanto è stimolante sotto svariati punti di vista il primo volume, quanto risultano deludenti gli altri due della trilogia. Se da subito si intuisce una certa tendenza alla prolissità, benché contenuta e sostenibile, dal secondo romanzo essa esplode.
La vicenda è sovraccaricata da lunghi brani che potevano essere ridotti a poche pagine, giusto per rendere in modo degno la loro funzionalità alla narrazione, senza annoiare troppo il lettore. Alcuni capitoli si dilungano tanto da risultare solo flemmatiche divagazioni inconcludenti.

Nel secondo romanzo, in particolare, la parte relativa all’esilio e alla moglie di Phaeton, Daphne, sono decisamente eccessive. Quest’ultima, soprattutto, è caricata di elementi addirittura stucchevoli, sdolcinati, tanto da risultare fastidiosi (tipicità di storiucce amorose e conseguenti battibecchi di basso profilo). Lo stesso protagonista, prima delineato come una sorta di eroe titanico, inizia a perdere mordente e svuotarsi di carattere ed incisività.
Anche la componente prettamente fantascientifica ne risente: se non fosse per qualche ingrediente peculiare (l’astronave, la tecnologia, ad esempio), sembrerebbe di essere precipitati in un giallo non troppo riuscito ambientato nel futuro.

Il terzo e ultimo romanzo risolleva un po’ il tono, mai però ai livelli del primo. Troppe parti prolisse anche in questo caso; almeno ci si può dilettare con alcune descrizione affascinanti e in qualche paragrafo rituffare nel sostrato filosofico.
Si arriva sufficientemente stremati al finale, tanto che non si riesce a gustare appieno la conclusione, che, in ogni caso, non ha nulla di clamoroso e risulta piuttosto scontata.

Dell’intera trilogia, le parti migliori sono sicuramente la costruzione dello scenario generale (scenografia, società, valori, tecnologia) e le sezioni “filosofiche”, di riflessione, che nei capitoli meglio riusciti non sono affatto pesanti e forniscono spunti di riflessione notevoli e davvero interessanti. Forse se la visione dell’autore fosse stata meno antropocentrica, il loro valore sarebbe stato ancor più apprezzabile.
Peccato che il dilungarsi eccessivo e soffocante della storia e una trama che spesso risente di un qualcosa di “già sentito” e prevedibile rendano la trilogia faticosa da affrontare, quanto meno dal secondo volume in poi.
Un giudizio generale che purtroppo non oltrepassa i 3 punti su 5.

My rating (sull’intera trilogia): 3/5

John C. Wright
L’età dell’oro
Phoenix
La luce del millennio
Ed. Nord (Biblioteca Cosmo nn. 17, 20, 24)

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