Alik Cavaliere, poesia in scultura

Alik Cavaliere fu un poeta della scultura.

Non mi so capacitare di come il suo nome non risuoni costantemente nell’empireo dei Celeberrimi, dato il fascino delle sue opere, immergersi nelle quali è un’esperienza metafisica.
Alik Cavaliere nacque a Roma nel 1926 e dopo aver trascorso l’infanzia a Parigi, seguì la famiglia a Milano, dove studiò presso l’Accademia di Belle Arti di Brera insieme a Manzù, Funi e Marino Marini, di cui divenne assistente. Si iscrisse anche alla Facoltà di Lettere dell’Università di Milano per approfondire la sua spiccata predisposizione per le scienze umanistiche. In seguito divenne docente di scultura proprio all’Accademia di Brera, attività che esercitò per circa trent’anni fino al 1987.
Le sue prime esposizioni risalgono al 1945 in una collettiva; mentre la sua prima personale si ebbe nel 1951 alla Galleria Colonna di Milano. Negli anni Cinquanta e Sessanta si assistette alla realizzazione dei cicli scultorei dei Giochi proibiti, delle Metamorfosi, delle Avventure di Gustavo B., degli Arbres. Negli anni Settanta l’artista approfondì la tematica delle “vegetazioni” sullo spunto della riflessione sul “De Rerum Natura” di Lucrezio e della mitologia di Apuleio (si pensi, ad esempio, all’opera con soggetto la metamorfosi di Dafne), allorché pezzi di piante vengono ingranditi, messi in primo piano, idealizzati, e fissati in cornici o gabbie. Nel 1972 tenne la seconda personale alla Biennale di Venezia, esponendo l’impegnativa e straordinaria istallazione “I processi dalle storie inglesi di W. Shakespeare”. Gli anni Ottanta furono gli anni dei Percorsi, ambientazioni che presentano delle vere e proprie stanze che, come scatole cinesi, non hanno mai fine, inducendo lo spettatore a “smarrirsi” in un percorso metafisico legato al mito (ad esempio ne “La stanza di Pigmalione” del 1986-87, o la “Riflessione di Narciso” del 1988, in cui lo spazio non è più fisicamente attraversabile, bensì è lo spettatore ad essere moltiplicato attraverso la propagazione della propria immagine riflessa.
Dopo l’importante retrospettiva tenutasi a Milano, a Palazzo Reale, nel 1992, nel 1993 espose insieme all’amico-scultore Vincenzo Ferrari, nella Sala Napoleonica dell’Accademia di Brera, un’opera-percorso in progress, dal titolo “Le leggi eterne dell’arte”, e successivamente nel 1997 una serie di mostre (“Il Classico” e le “Metamorfosi”) presso gli spazi della Fondazione Stelline di Milano.
Morì a Milano nel 1998.
La scultura di oggi è uno dei mezzi espressivi e artistici più completi e appassionanti. Poter creare immagini nello spazio, farle muovere e mutare (persino farle diventare spettacolo nel senso più ampio della parola) e nel tempo stesso poterle improvvisamente congelare nella ieraticità del movimento. Distruggere e ironizzare attraverso questo continuo, mutevole “spettacolo scultura” i nostri miti e nel tempo stesso ricrearli o crearne altri, da distruggere e ricreare immediatamente dopo. Usare il colore fuso alla forma, al punto da non avere più confini fra pittura e scultura e rendere questo colore fluido attraverso la luce e lo spazio fisico occupato o conquistato. E perché non accennare al racconto, un racconto anch’esso multiplo, illustrato, scritto, gridato che diviene al tempo stesso poetica; poter aggiungere nella libertà degli strumenti usati, nella libertà di pensiero, nel rigore contemporaneo della scelta operata, mezzi e interessi tradizionalmente estranei alla scultura (quali, ad esempio, la parola e il suono, in un senso interno ed esterno all’opera medesima) e grazie a tutti questi apporti profondamente nuovi restare nella grande tradizione della scultura (fuori da gogliardici avanguardismi).

Nella sua incessante ricerca, quanto mai complessa e stratificata e che attinge spunti dal surrealismo, dalla metafisica, dall’esistenzialismo, dal nouveau realisme, Alik Cavaliere torna soprattutto su alcuni temi quali la memoria, il mito classico e il racconto del quotidiano, l’essere e le sue passioni, il vero e il falso che si snodano nei tortuosi percorsi mentali, la natura e l’artificio, la realtà e l’immagine riflessa.

Ogni sua opera più che un’istantanea, si potrebbe definire un racconto, poiché della narrazione ha le caratteristiche di apertura, variabilità nello spazio e nel tempo, grazie anche al coinvolgimento dello spettatore tramite installazioni, riflessioni, schizzi e appunti.Disse, infatti, l’artista:

Ed al nostro  “spettacolo scultura” potremmo aggiungere il suono, la parola, un  “racconto” multiplo, illustrato, scritto e gridato. L’immobile frase poetica e la stridente polemica. Potremo concepire un’opera che di permetta di essere ammirata dall’esterno (come un monumento) e che ci permetta, al tempo stesso, di entrare all’interno di essa, di circolare, scoprendone altri infiniti aspetti.

Aggiungendo, inoltre:

Ho sempre usato i materiali come un regista, come un trovarobe teatrale, come un narratore di storie e racconti; lavorando sulla memoria, cercando di creare dei percorsi, dei labirinti dove potermi incontrare con l’eventuale visitatore/spettatore per poi perderci entrambi all’interno dell’opera stessa, oltre che psicologicamente anche fisicamente, nella pluralità delle angolazioni o nei grovigli della materia o delle indicazioni suggerite.

Le opere di Cavaliere permettono di addentrarsi nelle sue stesse riflessioni esistenziali, alle quali ha attinto per plasmare la materia, unitamente all’esperienza di vita, i ricordi, le emozioni. L’uomo così si riflette in una sorta di specchio poliforme in cui oltre al proprio io, si riverberano le reciproche corrispondenze con la natura in un’armonia altamente lirica.
Il percorso dello spettatore non è solo di meraviglia, anzi, vi soggiace un chiaro intento formativo, poiché chi guarda, divenuto protagonista attivo, viene mosso dalla curiosità e provocato a partecipare, a penetrare questo universo sfaccettato. Cavaliere, infatti, sosteneva: “E’ la curiosità che spinge lontano, che allarga i nostri orizzonti fisici e mentali e fa perdere l’uomo in ogni istante lungo il tortuoso sentiero della ricerca”.
Anche per questo, Cavaliere rifiutò di reiterare le proprie creazioni, il suo intento era rinnovarsi ad ogni tappa, rivisitando, trasformando e rielaborando la genesi della propria ispirazione, in cerca di forme sempre nuove, mai insignificanti o stereotipate.
Addentrarsi tra le sue opere significa percorrere un viaggio che sorprende e seduce, che attrae a sé lo spettatore in una sorta di sogno lucido, ove ogni spunto visivo, nuovo e inatteso, sollecita la curiosità verso ulteriori ragionamenti e conoscenza.
La scultura – sosteneva Cavaliere – quest’arte che ci dà la possibilità di essere vista dal di fuori, di restare soli in muto silenzio di fronte alla presenza fisica dell’opera e che ci permette di entrare, di passarvi in mezzo, di divenirvi parte.
In questo percorso nuclei imprescindibili sono la natura, potenza in grado di originare la vita e trasformarla, il mito, come ad esempio quello di Apollo e Dafne, di Pigmalione, di Narciso, l’infinito della memoria, tanto quella personale e storica quanto quella trasversale che si ricollega concettualmente al passato (con la latinità di Lucrezio, col Cinquecento di Giordano Bruno, col Quattrocento di Ariosto), il tutto concepito come tensione all’infinito, motivo per cui ogni sua opera non è mai una conformazione chiusa, ma aperta alle possibilità e alle metamorfosi, ove ogni dettaglio non ha mai collocazione statica o definitiva. Un infinito privo dei dettami del Romanticismo, bensì seguace della lezione dell’amatissimo Lucrezio, per il quale la natura è vitale e ogni cosa è formata da particelle in perpetuo divenire, nonché dei filosofi altrettanto amati come Giordano Bruno e Campanella, o quello visionario dell’Ariosto.

Proprio su Ariosto, per una conferenza, scrisse Cavaliere poche settimane prima di morire:
Il momento in cui viviamo è straordinario, ricchissimo culturalmente. Il “grande” gesto che occorre fare, secondo me, per sentirsi parte del processo è quello di riappropriarsi come singoli della propria mente, ché, altrimenti, siamo dei fantocci erranti, disarmati paladini del nulla. I singoli individui riconquistino la dignità di pensare in proprio – non per delega ad altri, amici, gruppi, consanguinei o sofisticati moderni strumenti di informazione ed elaborazione. La riappropriazione della propria mente, la conquista della capacità di guardarsi intorno da soli per 360 gradi, senza paure, panico, pur nell’incapacità iniziale delle scelte, costituisce una traumatica benefica operazione “rivoluzionaria” già iniziata, nei primi attimi o passi resi incerti per l’atrofia muscolare in noi tutti ingenerata. Ci accorgeremo finalmente dei tanti, infiniti singoli che sono pensanti: solo allora avremo la possibilità di comunicare con loro e tra noi, la gioia di avere qualcosa da dire e ricevere: autentiche informazioni per un arricchimento interno ed esterno tra essere “umani” che possano rendere il proprio progetto individuale ricchezza collettiva; solo allora potremo avventurarci in progetti collettivi corali, divenuti possibili. D’altronde il processo mi pare sia pure in embrione già iniziato.
Queste peculiarità fanno sì che ogni opera di questo autore assume sfumature differenti ogni volta che viene allestita, come se fosse un work in progress che avrà sempre qualcosa di nuovo e prezioso da comunicare, da trasmettere, in una costante ricerca di una verità inattingibile.
È per questo che addentrarsi tra le opere di Cavaliere è un’esperienza totalizzante, fortemente emotiva quanto cognitiva, lungo una strada variegata, a volte lieve, altre dilaniante, altre ancora bizzarra e labirintica, dopo la quale comunque se ne esce trasformati, arricchiti, frementi di emozioni e di senso del meraviglioso insito nelle possibilità della vita stessa.
È un excursus magico che non si può dimenticare e dopo il quale il cammino di ciascuno non sarà più lo stesso.
Sito del “Centro Artistico Alik Cavaliere“: http://www.cavaliere.it.
Fonti:link, link, link, link
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