Margaret Atwood, “Il Racconto dell’Ancella”

Vivevamo di abitudini. Come tutti, la più parte del tempo. Qualsiasi cosa accade rientra sempre nelle abitudini. Anche questo, ora, è un vivere di abitudini. Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà. […] Noi eravamo la gente di cui non si parlava sui giornali. Vivevamo nei vuoti spazi bianchi ai margini dei fogli e questo ci dava più libertà.
Vivevamo negli interstizi tra le storie altrui.

Il Racconto dell’Ancella è il mio primo romanzo di Margaret Atwood e ne sono rimasta subito conquistata.

La storia è ambientata in un’imprecisata età distopica, dopo anni di guerre e ribellioni, ancora in corso, e disastri ecologici dovuti a un’enorme quantità di radiazioni, prodotti chimici e tossici che la terra gli esseri umani hanno assorbito.
Le prime conseguenze sono state estesa infertilità e un tasso di natalità drammaticamente basso, problemi che hanno portato alla caduta dell’organizzazione politico-sociale precedente e alla strutturazione di un nuovo regime.

La nuova società che la scrittrice man mano rivela è agghiacciante, soprattutto perché risulta talmente realistica da sembrare davvero una possibilità di sviluppo del nostro stesso domani.

Questo nuovo mondo è tutto femminile, ma, paradossalmente, rigidamente governato e controllato dagli uomini.
Le donne sono tornate ad essere esseri silenti, schiave o principesse della casa. In ogni caso, sottomesse e infelici.
Esse sono divise in classi basate sulle funzioni che ciascuna svolge: le Marte, dagli abiti verdi, sono le donne che si occupano delle faccende domestiche, le Mogli, dal vestito blu o azzurro, in vesti a strisce rosse, blu e verdi ci sono le Economogli (classe operaia), di apatico marrone vestono le Zie, una sorta di matrone-governanti che presiedono i centri femminili di indottrinamento al nuovo pensiero, infine, ammantate di rosso e con un copricapo bianco che cela pressoché tutto il volto, le Ancelle, il cui ruolo è quello di generare figli per il capo famiglia al quale sono assegnate.
Ogni capo famiglia è conosciuto come il Comandante e pare essere un esponente dell’alta burocrazia del regime. Non viene spiegato in che modo essi governino, ma si ha l’idea di figure autoritarie, anche se più per ruolo che per vigore di carattere o di azioni, che presiedono un mondo privo di libertà, un sistema rigido e fortemente ideologizzato – soprattutto da principi (pseudo) biblici.

La narrazione fluisce quasi flemmatica tra presente e flashback passati e si dipana in maniera graduale al lettore.
All’inizio siamo già nel bel mezzo della storia, non vi sono spiegazioni né descrizioni.
È attraverso il racconto della protagonista che man mano riusciamo a farci un’idea di quel mondo e di quella società, di cosa è accaduto e della vita che donne e uomini ora conducono.

Nonostante i temi trattati, non vi sono mai climax improvvisi o scene fortemente drammatiche. La prosa è pacata, talora evocativa, ma sono le immagini e le situazioni che ne escono a colpire il lettore. Basta una frase, un ricordo, un’immagine… Un brivido scorre lungo la schiena e ci rendiamo conto di essere di fronte a qualcosa di agghiacciante, che il nostro istinto rifiuta, situazioni che vorrebbero farci urlare di dolore, angoscia, rigetto.
La forza e crudezza psicologica di questo libro sono sconvolgenti, tanto più perché narrate con uno stile così posato, nostalgicamente dolce.

La Atwood è magistrale a mantenere un simile registro narrativo e al contempo a lavorare a più livelli, persino quello della nostra stessa coscienza, che non può non essere profondamente scossa, turbata da quanto si trova di fronte.
La scrittrice riesce a coinvolgerci in una realtà distopica così tangibile e credibile, che sembra vera, attuale, e proprio per questo ci fa ancora più orrore, sconvolge, quasi un monito a non perseguire una simile strada nel presente, nella vita di tutti i giorni.

Tutto il romanzo, a mio avviso, gioca su una doppia valenza.

Ad esempio, alcuni hanno criticato l’atteggiamento troppo remissivo ed egoista delle Ancelle.
Sicuramente la condotta delle donne è apparentemente passiva, tuttavia, oltre a dover considerare che in un sistema dittatoriale non è semplice trovare degli spazi di azione e rivolta, la vera ribellione delle Ancelle sta secondo me nel non dimenticare il passato e nell’amore per la vita.

Per prima cosa, i flashback di un passato diverso e il ripetere che le donne che verranno, non avendo un trascorso di libertà alle spalle, troveranno più facile sopportare il destino che le aspetta, sono da leggere come un rifiuto a rinunciare alla più flebile speranza di cambiamento, un ribadire indirettamente l’importanza della memoria, poiché tutto ciò forse un giorno potrebbe diventare un germoglio di un futuro differente.

Inoltre, l’amore per la vita delle Ancelle, il loro amore verso le creature che potrebbero portare in grembo, nonostante tutto il male che le circonda, non credo sia un mero attaccamento biologico, bensì un rimarcare come l’esistenza, per quanto essa possa diventare cupa, porta in sé sempre un flebile orizzonte di speranza e possibilità di cambiamento, se non ci si rassegna alla disperazione.

Sono rimasta alquanto spiazzata dal finale, che si stacca nettamente dal resto della narrazione per stile, ambientazione, registro.
In un primo momento l’ho sentito come un’aggiunta non necessaria, che quasi un po’ rovina tutto il resto.
Eppure, credo che anche queste ultime pagine siano estremamente significative, tese a sottolineare quasi in modo subliminale proprio di porgere orecchio a dove sta la verità e la menzogna, all’importanza della parola scritta quale asilo della memoria, nonché, con un’astuzia metaletteraria, il valore della narrativa, specchio della realtà, uno specchio di com’è o come potrebbe essere e le inside che minacciano il nostro presente.

Un romanzo toccante, crudo, nostalgico, duro, intenso e dolce. Sublime.

My rating: 4.5-5/5

Margaret Atwood
Il Racconto dell’Ancella
Traduzione di C. Pennati
Ed. TEA

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6 thoughts on “Margaret Atwood, “Il Racconto dell’Ancella”

  1. Una delle cose che mi aveva più raggelato e dato da riflettere è come siano le donne stesse a sostenere e perpetuare una società che le distrugge: basti pensare alle Zie, e al loro ruolo di indottrinamento. E il fatto che riconosca un ruolo simile nel mondo reale alle donne di molte società passate e presenti (le madri che fasciavano i piedi alle figlie nell’antica – nemmeno tanto… – Cina, le madri e le mammane che infibulano le bambine oggi, per fare due esempi) non mi rassicura di certo.

    1. Sono d’accordo.
      Una verà parità tra i sessi (reale e seria, non quella da pseudo femministe frustrate) non c’è ancora, da nessuna parte.
      Il passo da accettare di essere delle “cose”, sottomesse, per mera sopravvivenza, a dimenticare di essere persone complete, con una propria dignità, può essere breve.

  2. Il senso del libro è proprio nelle ultime pagine: i periodi oscuri della storia passano e ritornano, in un futuro forse più luminoso i drammi presenti sono visti come materiale di studio. In fondo siamo esseri impermanenti.

    1. Verissimo. E ricordo come mi aveva colpito la chiosa durante il convegno, in cui si dice che certo era stato un periodo dalla pratiche tremende, ma che andavano contestualizzate. Il punto è che anche questo l’ho sentito come un tocco polemico nei confronti di alcuni buonisti contemporanei.

  3. La letteratura distopica mi piace molto. Questo romanzo m’interessa. Conosco Margaret Atwood di cui ho letto il libro di poesie “Mattino nella casa bruciata”. Un caro saluto.

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